HOLY DIVER: CAPOLAVORO DEL METAL - Amici Del Vinile
Amici, Vinile, Musica, CD
22743
post-template-default,single,single-post,postid-22743,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-3.5.2,menu-animation-underline,side_area_uncovered,wpb-js-composer js-comp-ver-5.5.2,vc_responsive
 

HOLY DIVER: CAPOLAVORO DEL METAL

HOLY DIVER: CAPOLAVORO DEL METAL

ARTISTA – DIO

TITOLO – HOLY DIVER

ANNO – 1983

 

Per chi vuole avvicinarsi ad un genere cone l’hard rock/heavy metal liberandosi dal preconcetto che si tratti esclusivamente di rumore e poco altro, è sicuramente utile approcciarsi all’ascolto dei lavori realizzati dai grandi artisti del settore. Da questo punto di vista, Holy Diver è sicuramente un album “giusto” e lo è per tanti motivi. In primo luogo è il disco d’esordio, con la band da lui creata, da parte di Ronnie James Dio (Ronald James Padavona, 1942-2010)ovvero, una figura straordinaria del rock che dall’esordio poco più che sedicenne, seguito dal successo negli anni ’70 dapprima con gli Elf e poi con i Raimbow, si ritrova negli ’80 e dopo due ottimi dischi con i Black Sabbath, a continuare una carriera grandiosa senza cedere minimamente al richiamo del facile successo commerciale, come invece capitato ad altri suoi illustri colleghi.In secondo luogo, Holy Diver rappresenta il terzo capitolo di una trilogia di capolavori avviata con “Rising” (pubblicato con i Raimbow nel ’76)e proseguita con “Heaven and hell” (registrato con i Black Sabbath nel 1980).Un altro motivo ancora (e poi mi fermo sperando di non avere già annoiato) è rappresentato dalla qualità dei componenti reclutati da Ronnie per il suo progetto. Alla batteria, contribuendo a dare una poderosa base ritmica, troviamo Vinnie Appice(fratello minore di Carmine, altro grande batterista, fra gli altri per Rod Stewart); al basso Jimmy Bain, (fondamentale il suo apporto nella stesura dei testi), conosciuto all’epoca dei Raimbow e presente anche nei lavori da solista di Phil Lynott carismatico leader dei Thin Lizzy. La scelta più sorprendente però, ha riguardato il chitarrista, l’allora appena ventunenne Vivian Patrick Campbell, immenso talento che, pur non essendosi mantenuto stabilmente a quei livelli nel corso della carriera, è stato in grado di dare un contributo importante sul piano compositivo e a caratterizzare il disco sfoggiando una tecnica eccellente basata sulla precisione e velocità di esecuzione. La voce, potente come poche, è naturalmente quella di Ronnie che in alcuni pezzi troviamo anche alla tastiere. Venendo all’album, pubblicato nel maggio dell’83, si compone di nove brani alcuni dei quali probabilmente (anche se Ronnie ha sempre smentito), concepiti come nucleo di un terzo lavoro con i Sabbath dopo “Heaven and hell” e “Mob Rules”ma abortito in seguito all’addio polemico al gruppo di Birmingham nell’ottobre dell’82.

 

 

STAND UP AND SHOUT: E’ il brano che apre l’album. Già nel titolo c’è il sighificato dell’intera canzone, alzati e grida!!!semplicemente, non lasciarti sopraffare dalle persone o dagli eventi e ritagliati il tuo spazio nella vita. L’intro è affidato alla chitarra graffiante di Campbell e preannuncia un ritmo incalzante per un brano di poco più di tre minuti che garantisce subito una sferzata di energia. HOLY DIVER: “Il santo truffatore che è stato troppo a lungo sotto il sole di mezzanotte…Il Santo truffatore che dovrà fuggire cavalcando una tigre…”.Ronnie scrive un testo che richiama personaggi e atmosfere del mondo “Tolkeniano” e questo per parlare dell’eterno contrasto tra bene e male che ognuno deve affrontare; è la title track dell’album e si presenta con un suono crescente di tastiera che richiama atmosfere cupe salvo poi assumere un ritmo quasi marziale che risalta la batteria di Vinnie e sfumare, infine, accompagnata dalla chitarra di Campbell.GIPSY: Un brano strutturalmente simile a “Stand up and shout”, meno veloce ma ugualmente cattivo. La “zingara… che non l’avresti mai detto ma viene dall’inferno…”è solo l’immagine per rappresentare quelle persone pronte a raggirarti e a carpire la tua buona fede;insomma, un invito a tare in campana!!. CAUGHT IN THE MIDDLE: Sembra quasi ricollegarsi al primo brano;se non avrai il coraggio di agire e prendere decisioni sarai sempre spiazzato “sarai sempre nel mezzo…come sei sempre stato…preso nel mezzo ancora una volta indifeso…”. E’ il brano dalla sonorità meno potente di tutto il lavoro ma comunque con una ritmica accattivante. DON’T TALK TO STRANGERS: “Non parlare con gli sconosciuti perchè sono qui per farti del male… non scrivere alla luce delle stelle perchè le parole potrebbero diventare realtà…”. una canzone che parla della diffidenza, della freddezza tra le persone che le porta inevitabilmente ad isolarsi dagli altri, ad alienarsi.Personalmente lo ritengo, insieme alla successiva “Rainbow in the dark”, il capolavoro dell’album; inizia con un arpeggio di chitarra, preannunciandosi quasi come una ballata ma cambia improvvisamente ritmo e diventa aggressiva con Campbell che si produce in un assolo semplicemente fantastico, si torna alla melodia iniziale ed ancora una breve accellerazione conclusiva. STRAIGHT TROUGH THE HEART: Si parla di sentimenti e del coraggio di easprimerli con il rischio di essere colpiti dritti al cuore!!La musica che accompagna il testo, rimane però, quasi in contrapposizione, forte e decisa.INVISIBLE: La settima traccia è introdotta da una chitarra che crea quasi un’atmosfera sognante salvo poi cambiare sviluppandosi su di una linea melodica analoga al brano “Gipsy”; Un testo che sembra parlare del desiderio di essere invisibile “…Posso andar via…posso partire in questo caso… posso andar via…”, pare quasi esprimere la volontà di sottrarsi alle luci della ribalta. RAIMBOW IN THE DARK:Con questo pezzo, il primo che ho avuto modo di ascoltare dell’album, si toccano i livelli altissimi di “Don’t talk to strangers”. Si parla di abbandono e solitudine “Non c’è segno dell’arrivo del mattino… non c’è segno del giorno… sei stato lasciato da solo come un arcobaleno nel buio…”. La parte musicale si caratterizza per il potente drumming di Appice e, soprattutto, per il maestoso assolo di Campbell che abbina nuovamente potenza, velocità e precisione assoluta in maniera straordinaria. Fa sorridere il fatto che Ronnie non volesse inizialmente inserirla nell’album in quanto la presenza, peraltro limitata, delle tastiere conferiva, a suo giudizio, un suono “pop”; fortunatamente, grazie anche all’insistenza degli altri componenti, il brano è presente nel disco e nel corso del tempo è diventato perla band un autentico cavallo di battaglia. SHAME ON THE NIGHT: “…Vergognati notte, hai rubato il giorno, lo hai strappato via… ma io ho visto il cielo e non voglio morire…”, la determinazione e il coraggio quindi ti aiuteranno a venire fuori da tutto! Un’altra gemma di “Holy Diver” che si caratterizza per buona parte e grazie al lavoro di Appice e Bain, con una cadenza ritmica tipica di un classico pezzo blues inframezzato dalle scariche di chitarra di Campbell. Nel finale, si fa strada un coro che sembra quasi richiamare le sfumature del gothic-metal scandinavo.Insomma, un album che, per chi conosce il genere, è un’autentica pietra miliare da riascoltare sempre con gioia; per chi non lo conosce, forse potrebbe rivelarsi una grande sorpresa. Il mio consiglio è…, fate un favore a voi stessi ed ascoltatelo!!

1 Comment
  • Massimiliano Guerci

    Gennaio 5, 2018 at 8:08 am Rispondi

    Non lo conoscevo e la tua precisa recensione mi ha incuriosito. Sono d’accordo con te quando all’inizio parli di “preconcetto”: ci sono tanti album del settore che meriterebbero di essere riscoperti. Purtroppo credo che nel metal un punto a sfavore siano alcune copertine, che viste con gli occhi di oggi appaiono quantomeno grottesche e sconcertanti. Spero che in futuro tu ci possa aiutare a scoprire altre gemme come questa!

Post a Comment