Willie Nile: Positively Bob - Amici Del Vinile
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Willie Nile: Positively Bob

Willie Nile: Positively Bob

Oh, no! Un altro disco di cover di Dylan? Con la scusa del Nobel c’è chi cerca di rimediarci qualcosa, evidentemente: libri, dischi, polemiche…

Anche per chi scrive, pur tendenzialmente benevolo nei confronti di Dylanland, qualche sospetto sarebbe legittimo. Se non fosse che il presunto furbastro di turno si chiama Willie Nile, a cui l’autore di questo post deve qualche disco che ha amato, in particolare lo splendido esordio, nel lontano 1980.

E allora ascoltiamolo, questo “Positively Bob“. Tanto più che il poeta laureato in persona si è imprevedibilmente scomodato per raccomandarlo sul suo profilo Facebook.

Willie Nile, cantautore rocker newyorchese (è originario di Buffalo, ma è la Grande Mela il suo campo di battaglia e la sua musa), ha 69 anni, una carriera importante alle spalle, in cui ha raccolto meno di quanto avrebbe meritato. Tra i suoi fans ci sono Bruce Springsteen, Lou Reed, Bono, Paul Simon. Lucinda Williams lo ha chiarito in modo lapidario: ” Se ci fosse giustizia a questo mondo, sarei io ad aprire i suoi show e non lui i miei”. Appartiene a quella schiera di autori emersi negli anni Settanta – oltre a Nile voglio ricordare almeno il grande Elliott Murphy – che lo show business ha cercato di vendere come “nuovi Dylan”. Etichetta sfortunata, in termini puramente commerciali, per gran parte di loro (fa eccezione il Boss), ma in parte azzeccata, perché è Dylan che ha spinto questi autori a cercare la propria voce. Lo ricorda lo stesso Nile presentando questo disco:

«Questi brani aprirono al sottoscritto e a tanti giovani degli anni Sessanta fondamentali porte verso nuovi panorami. Fu una scoperta incredibilmente liberatoria che mi fece capire che non esistevano limiti o pareti invalicabili. Parliamo dello Shakespeare del rock’n’roll! E questi brani sono più che mai importanti, significativi e attuali nei mondo di oggi. Lo considero un atto d’amore personale che ho voluto interpretare portando energia positiva e pulsioni rock»

Un debito da saldare come atto d’amore (labor of love), dunque, e la convinzione che queste canzoni devono continuare ad essere cantate (proprio così: cantate, non solo ascoltate) anche oggi. Un analogo labor of love in fondo ispira anche Francesco De Gregori – tre anni in meno di Nile – nel suo recente “De Gregori canta Dylan: amore e furto“. Ecco, forse l’accostamento mi aiuta a definire la questione a mio avviso essenziale: se ascoltate il disco di De Gregori sentite la “voce” di De Gregori, non una cover di Dylan in italiano. Allo stesso modo, in “Positively Bob” c’è la “voce” di Willie Nile. Anziché “voce” avrei potuto utilizzare “stile” e avrei evitato il sospetto di banalità. In realtà è proprio la voce a fare la differenza: intonazione, cadenza, quel particolare corpo a corpo con le parole – e che parole! – che possiamo anche chiamare “interpretazione” e che fa vivere l’intensità del testo originale attraverso l’inconfondibile individualità di una “voce”. Altro che cover!
Poi, certo, ci sono anche gli arrangiamenti. E a qualcuno potrà piacere più o meno la scelta di proporre Blowin in he wind o The times they are a-changing in versione rock. Personalmente, per quel che conta, segnalo la malinconica dolcezza di I want you e Love minus zero/no limit, Abandoned love, l’intensità di A hard rain’s a-gonna fall e Every grain of sand, il puro spasso rock di Rainy day women #12&35 (“everybody must get stoned!”).

Nota conclusiva: mentre c’è chi ne omaggia la grandezza, Dylan che fa? Come sappiamo, da un paio d’anni sta pubblicando dischi in cui interpreta classici della tradizione musicale americana pre-r’n’r: Shadows in the night, Fallen angels, Triplicate.

Ma come? L’autore per eccellenza, lo Shakespeare del rock ‘n’ roll, fresco di premio Nobel, incide dischi – ormai sono tre – in cui canta vecchie canzoni d’altri tempi?

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