16-18 giugno 1967: Monterey International Pop Festival - Amici Del Vinile
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16-18 giugno 1967: Monterey International Pop Festival

16-18 giugno 1967: Monterey International Pop Festival

Non riesco a pensare a un festival migliore, più puro, vario, ispirato, gioioso, sbalorditivo, qualitativo e originale del Monterey Pop Festival
(Grace Slick)

Tra il 16 e il 18 giugno di cinquant’anni fa (sono in ritardo, lo so, ma in quei giorni ero al mare…) si teneva il primo grande festival rock a Monterey, California. Ideato da Alan Pariser e organizzato dal discografico losangelino Lou Adler assieme a John Phillips dei Mamas & Papas e a Derek Taylor, già addetto stampa dei Beatles, ci offre un’altra straordinaria istantanea – dopo Sgt. Pepper, uscito un paio di settimane prima – dello stato dell’arte di quella musica che proprio in quell’anno cruciale si inizia a chiamare rock. Per nostra fortuna, in quell’occasione fu invitato anche il regista D.A. Pennebaker – che già aveva filmato Dylan nella sua tournée inglese del 1965 (Don’t look back) – con la sua troupe, per cui possediamo anche una testimonianza visiva, oltre che sonora, dell’evento.

Chi è interessato a saperne qualcosa di più può ricorrere ovviamente alla pagina di wikipedia (in inglese, perché quella in italiano è più povera), oppure ordinare il libro Monterey Pop di Joel Selvin con le fotografie di Jim Marshall. In italiano suggerirei il saggio di Federico Guglielmi nel volume 1967. Intorno al Sgt. Pepper, curato da Riccardo Bertoncelli, e Peace and love di Ezio Guaitamacchi.

Io mi limito a proporre un paio di motivi per cui vale la pena ricordare il Monterey Pop Festival.

1. È nata una stella, anzi due.

La texana Janis Joplin era nota nel giro di Haight Ashbury come una tipa stramba con una bella voce, adatta al blues. La sua esibizione sul palco di Monterey con Big Brother and the Holding Company ne rivela le straordinarie qualità e attira l’attenzione di Albert Grossman, manager di Dylan, che la convince di lì a poco ad abbandonare il suo gruppo per diventare una star. Come sappiamo, la sua carriera si interrompe tragicamente nel 1970, a 27 anni. Questa interpretazione di Ball and chain di Big Mama Thornton lascia tutti letteralmente a bocca aperta (osservate nel video che segue l’espressione di “Mama” Cass Elliot tra il pubblico). A me dà i brividi ogni volta.

Il chitarrista di Seattle Jimi Hendrix, incompreso in patria, è appena tornato dall’Inghilterra con il suo gruppo, la Jimi Hendrix Experience, ed è stato ingaggiato a Monterey su suggerimento di Paul McCartney, che lo aveva visto all’opera a Londra, dove ha sconvolto gente del calibro di Eric Clapton, Jimmy Page, Pete Townshend. Brian Jones lo introduce così: “un gruppo inglese con un chitarrista americano… anzi… con il più incredibile chitarrista che abbia mai sentito”. Al termine del suo set Jimi ha conquistato anche l’America. Il brano conclusivo è una versione letteralmente incendiaria di Wild thing dei Troggs, memorabile per il “sacrificio” che il nuovo vate offre al pubblico dei Fairgrounds. Anche lui brucerà in fretta, poche settimane prima di Janis. Anche lui a 27 anni.

2. Il flower power (e il suo lato oscuro)

Il logo creato da Tom Wilkes per il Monterey Pop Festival

Il film di Pennebaker è anche una celebrazione della controcultura  che tra 1965 e 1967 ha fatto di San Francisco, più precisamente del quartiere di Haight Ashbury, il punto di riferimento della cultura giovanile globale. A cominciare dal logo del programma, una sorta di “Pan con una cravatta psichedelica”, una “rappresentazione neoclassica di un hippie”, nelle intenzioni del suo autore, Tom Wilkes. La mitica Arcadia rivive sulla costa californiana, insomma.
E poi ci sono i migliori gruppi di Haight Ashbury: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Moby Grape, oltre ai già citati Big Brother and the Holding Company. Ma anche chi non viene da San Francisco (Mamas and Papas, Byrds, Eric Burdon, lo stesso Hendrix…) sembra contagiato – negli abiti, nel mood – dal flower power.

Sotto il palco campeggia uno striscione eloquente: “Love, flowers and music”. Love, anzitutto, perché quando le cose vanno male tutti hanno bisogno di qualcuno da amare:

Eppure… Già le strofe di Somebody to love, se leggiamo bene, cantano un disperato bisogno d’amore in un mondo assediato da ipocrisia, dolore e solitudine. La controcultura della Baia sta vivendo a Monterey il suo fulgido autunno. Jerry Garcia, presente con i suoi Dead, ricorda di avere maturato proprio lì la “consapevolezza che la purezza del sogno hippie si stava esaurendo”. Lo show business fiuta l’affare del brand hippie e ne trova una prima conferma nella sdolcinata hit San Francisco di Scott McKenzie, assai lontana da suoni e mood della Baia. Anche grazie a questa canzone in quell’estate del 1967 si riversa su San Francisco una massa di giovani, attratti da un richiamo mediatico che promette pace amore e paradisi artificiali. Di lì a poco arriveranno anche businessman, spacciatori e droghe pesanti: il sogno si trasformerà in incubo per molti.

E poi c’è un lato oscuro, una violenza latente nel sogno della liberazione giovanile, quella che esploderà nel 1969, tra le imprese della Manson Family e il concerto di Altamont, e che qui a Monterey sale sul palco dei Fairgrounds con gli Who, che chiudono il loro set distruggendo gli strumenti – as usual – sulle note conclusive di My generation, lasciando il pubblico eccitato e disorientato: Daltrey (“Why don’t you all f-f-f-fade away”) e Townshend insinuano il dubbio che l’Arcadia sia un sogno da fricchettoni.

4 Comments
  • Massimiliano Guerci

    giugno 23, 2017 at 3:54 pm Rispondi

    Janis, Jimi and Jefferson… just jaw-dropping!!! La loro luce continua a illuminare la via del rock con i colori della vita, dell’amore e della fragilità dell’esistenza. Complimenti Stefano!

    • Stefano

      giugno 24, 2017 at 12:49 pm Rispondi

      Grazie Max. Forse si poteva aggiungere qualcosa in più sui Grateful Dead, presenti al festival ma riluttanti, tant’è che hanno rifiutato di comparire nel film di Pennebaker. Ho trovato solo un filmato di scarsissima qualità su YouTube, in cui suonano Viola Lee Blues.

  • Luca Breda

    giugno 23, 2017 at 6:12 pm Rispondi

    Che articolone! Tutti i festival di quel periodo hanno regalato pagine indimenticabili sia per la musica suonata che per lo spirito…. grande Stefano, hai fatto bene a fare questo…ANARCORD!

    • Stefano

      giugno 24, 2017 at 12:54 pm Rispondi

      Grazie Luca. Il calendario del festival era piuttosto ricco e comprendeva anche artisti estranei al rock, come Ravi Shankar e il trombettista jazz sudafricano Hugh Masekela, che probabilmente conosci. Il che ci riporta ad un altro aspettare interessante dell’evento, ovvero l’apertura verso musiche e culture altre.

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