10 dischi da ricordare del 2017 (seconda parte) - Amici Del Vinile
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10 dischi da ricordare del 2017 (seconda parte)

10 dischi da ricordare del 2017 (seconda parte)

Motorpsycho   “The Tower”

 

                         

 

I norvegesi Motorpsycho in quasi trent’anni di carriera e altrettanti album hanno ormai una solidissima reputazione nell’ambito dell’hard e dello stoner. Sostanzialmente i loro dischi sono solo di due tipi: quelli buoni (pochi) e quelli grandiosi (tutti gli altri). Questo è del secondo tipo. Debordanti e generosi lo sono sempre stati, e questo doppio album non fa eccezione. I loro pezzi sono fatti di riff granitici e chitarroni possenti che si sviluppano lentamente, ma che inesorabilmente catturano l’ascoltatore in un vortice psichedelico dal quale non si vorrebbe mai uscire. Il tempo gioca dalla loro parte, nel senso che hanno una certa maestria, che non scade mai nella routine, nella scrittura dei pezzi, e sono bravi nel rinnovarsi e nel non ripetersi pur rimanendo sempre coerenti e riconoscibili. Incuranti delle mode i Motorpsycho proseguono incessanti nelle loro cavalcate notturne, in questo disco anche con inaspettate aperture verso territori psych-folk, come nel pezzo proposto. Menzione d’onore alla bella copertina, ispirata alla Torre di Babele di Bruegel.

 

 

 

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Hugo Race/Michelangelo Russo   “John Lee Hooker’s World Today”

 

 

                               

 

Hugo Race è un cantante e chitarrista australiano. In passato ha militato anche nei Bad Seeds di Nick Cave e da 30 anni porta avanti una sua personale interpretazione del blues, mettendo in rilievo gli aspetti più oscuri di questo genere, non disdegnando sortite aspramente psichedeliche e desertiche. Dotato di un’ottima voce, profonda e pastosa, si è cimentato in questa rilettura di alcuni classici di John Lee Hooker (un gigante della storia del blues). Ne ha dato una chiave di lettura notturna, scarna, prosciugata di ogni orpello: pizzica la sua chitarra sovrabbondante di riverberi e feedback e, insieme al fido compare Russo all’armonica a bocca e agli effetti sonori, traccia traiettorie ipnotiche e apocalittiche, che per certi versi ricordano il Ry Cooder di Paris, Texas.

“Questo è il mondo di oggi” – sembra dirci Hugo: ne viene fuori un viaggio dell’anima verso l’autentica e sempiterna radice blues, che ammalia l’ascoltatore e lo trasporta verso lidi non proprio rassicuranti ma sicuramente evocativi. Da ascoltare intorno a mezzanotte, perfetto con un whisky di pessima qualità comprato al discount.

 

 

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Varg   “Nordic Flora Series Pt 3 – Gore-Tex City”

 

                      

 

Jonas Rönnberg è un musicista svedese, ma lui preferisce farsi chiamare Varg, che in svedese significa lupo (la copertina ora ha un senso). Poco conosciuto, ha tirato fuori dal cilindro un capolavoro techno-ambient. Non a tutti interesserà questo album, ma quei pochi che lo apprezzeranno ne rimarranno entusiasti. Il pregio maggiore di questo disco è quello di oltrepassare gli stretti confini del genere (l’elettronica di oggi nasconde almeno altri 1000 sottogeneri, dai nomi più bizzarri e disparati). Questo è un gran bell’album a prescindere. È un viaggio nelle profonde terre siderali, e più che un viaggio un racconto sonoro, un percorso attraverso la perturbante flora del nord, i suoi spazi silenziosi eppure carichi di energia, le sue notti infinite ma anche i suoi ordinati paesaggi urbani. Tessuti sintetici ma anche caldi: che sia questo il riferimento al Gore-Tex del titolo? Una tratteggiatura impressionistica, capace comunque di incidere sul feeling dell’ascoltatore e di diventarne la personale colonna sonora. Con questo disco Varg si pone come riferimento assoluto nel campo del sound design, e non solo.

 

 

 

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Jane Weaver   “Modern Kosmology”

 

 

                                       

 

Chiudiamo la rassegna con due fantastiche signore, casualmente capitate in fondo per motivi alfabetici. Jane Weaver è una cantante inglese che bazzica la scena underground da quasi 25 anni. Dopo alcuni tentativi non troppo fortunati ha finalmente trovato con questo album la meritata quadratura del cerchio. Non è facile elencare tutte le influenze che caratterizzano questa brava musicista (che peraltro scrive tutti i brani, li suona e li produce): parte da un approccio elettronico dall’animo “umanista”, analogico e intimista; attraversa una psichedelia soft; sfiora lo space rock di matrice teutonica e approda infine su lidi al limite con il pop. Un percorso solo apparentemente tortuoso, in realtà molto naturale e soprattutto gentile, mai sopra le righe, ben educato verrebbe da dire, con una voce carismatica e sincera. Mettiamola così: provate a immaginare se i Beach Boys fossero nati ad Amburgo… Invece dell’energia proveniente dal mare Jane scruta in alto alla ricerca di quella del cosmo (anzi del kosmo), con tutta la dolcezza del suo sguardo.

 

 

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Chelsea Wolfe   “Hiss Spun”

 

 

                                      

 

La californiana Chelsea Wolfe invece è una ragazzaccia goth. Figlia d’arte (suo padre è un cantante country), inizia a scrivere canzoni a 9 anni. È un percorso in crescita costante il suo: sono già 3 o 4 album di fila che azzecca in pieno, e ciascuno con una propria caratterizzazione, ora più sul versante romantico, ora più acustico. In questo viene maggiormente fuori l’animo metal, anzi sludge per essere precisi. Ma, al di là delle sfumature, il suo è un dark/goth molto classico nella scrittura ed estremamente attuale nei suoni, con una pregevole espressività vocale nel presentare i pezzi. I suoi arrangiamenti pagano ampio dazio a elementi doom e drone, né manca all’appello tutto l’armamentario nichilista fatto di ritmi ossessivi, dilatati e ipnotici, e cadenze che portano inesorabilmente verso oscure apocalissi. E poi c’è Troy Van Leeuwen dei Queens Of The Stone Age alla chitarra che conferisce autorevolezza a tutto il progetto. Unica nota stonata il video: Chelsea è affascinante di suo e merita qualcosa di più di una imitazione cheap di Marilyn Manson.

 

 

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1 Comment
  • Luca Breda

    gennaio 3, 2018 at 4:08 pm Rispondi

    Come sempre il Max espande i nostri orizzonti, con alcune proposte main stream e altre più di nicchia, solleticando i raffinati palati viniliti… (o più correttamente le orecchie)

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