10 dischi da ricordare del 2017 (prima parte) - Amici Del Vinile
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10 dischi da ricordare del 2017 (prima parte)

10 dischi da ricordare del 2017 (prima parte)

Cari amici, ecco una selezione delle uscite discografiche più riuscite (…a mio parere almeno) di questo 2017 che sta per chiudersi. Buon ascolto e Buon Anno Nuovo!

 

Brand New   “Science Fiction”

 

                                    

I Brand New (“Nuovi di Zecca”) sono un gruppo di Long Island, New York, esponenti di primo piano dell’emo (genere che in Italia è stato totalmente equivocato ed associato a pseudo boy-band di mezza tacca). La band, attiva dal 2000 e con diversi album alle spalle, ha deciso di sciogliersi, e di farlo però in grande chiudendo con un album semplicemente bellissimo. Sofferto, ma autentico; oscuro, ma emozionante; funereo persino, ma a tratti dolcissimo. Un viaggio introspettivo in una notte che sembra non finire mai. A volte ricordano i Nirvana più riflessivi, con un’aurea melanconica, comunque matura e per niente forzata, che fa di quest’album un classico nel suo genere. I brani potrebbero essere tutti dei singoli, tanto riuscita è la scrittura dei pezzi, aggiungendo scorrevolezza ad un insieme che non risulta mai pesante. Un disco che sarà ricordato a lungo, perchè album di alt-rock così ce sono sempre meno… (peccato che non ci siano video ufficiali, ma solo le canzoni con il frame della copertina).

 

 

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Beck   “Colors”

 

                                          

Dopo i Brand New cerchiamo di tirarci su il morale con questo disco estremamente colorato e divertente. Non a tutti è piaciuto, ma forse perché in troppi lo hanno confrontato con il suo penultimo (Morning Phase del 2014, vincitore poi del Grammy 2015 come miglior album assoluto), che effettivamente era stato un piccolo capolavoro. Colors è sicuramente più disimpegnato rispetto al precedente, ma non privo di elementi di interesse. Un pop materico (materico?! …guardate il video e capirete…) di ottima fattura, dagli arrangiamenti raffinati e dai suoni precisi, bilanciati con millimetrica precisione, che fa della facilità di ascolto la sua arma migliore. Beck ha deciso in quest’album di accantonare tutti i momenti introspettivi per dare più spazio a pezzi accattivanti, orecchiabili, facili (troppo facili e troppo ammiccanti al commerciale, hanno detto in molti) con il pregio però di non snaturare troppo il suo approccio artigianale alla musica, al di là delle mode del momento. È difficile legare leggerezza e qualità, ma anche in questo disco Beck ha dato un’ottima prova del suo multiforme talento.

 

 

 

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The Dream Syndicate   “How Did I Found Myself Here?”

 

                                     

I Dream Syndicate sono stati una band di culto negli anni ’80, tra i fondatori del movimento Paisley Underground (una rilettura del rock psichedelico con un sound più “asciutto”). Autori di un paio di pietre miliari della storia del rock (The Days of Wine and Roses del 1982 e Medicine Show del 1984) sono poi spariti dai radar, anche se il leader Steve Wynn ha proseguito un’egregia carriera solista. È arrivato quindi a sorpresa questo disco, e se della formazione originaria sono rimasti solo Wynn e il batterista, stupisce comunque la freschezza del loro sound, inalterato dopo più di 30 anni. E non si tratta dell’ennesima operazione-nostalgia: il sound rugginoso delle chitarrre, la dimensione psichedelica nella sua variante più acidula e meno dolciastra, e soprattutto una manciata di canzoni davvero ispirate appagano alla grande l’ascoltatore che li aveva apprezzati all’epoca e, perché no, hanno tutte le carte in regola persino per ambire ad allargare la platea. Le polverose highways della California sono tornate ad essere più vicine.

 

 

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Bob Dylan   “Trouble No More – The Bootleg Series Vol. 13 (1979 – 1981)”

 

                                   

Quando si parla di Dylan non si parla né di un uomo né di un artista, ma di un entità a sé, indefinibile e refrattaria a ogni categorizzazione. Sforna dischi nuovi con una regolarità disarmante, tiene un’ininterrotta attività live da diversi anni e parallelamente pubblica i suoi migliori e più storici concerti. Nel tempo libero vince premi Nobel, che però non ritira non per snobismo ma… perché impegnato in altro… non fatichiamo a credergli! Per i concerti pubblicati siamo al Volume 13 e in genere sono rivolti ai superfans che comprerebbero tutto. Questo fa eccezione. Si tratta del periodo dal ’79 all’81, definito il gospel period, quello in cui Dylan è pervaso da un afflato mistico e religioso che lo porta alla conversione (nato ebreo, diventa cristiano). Sono pezzi che sprigionano grande vitalità ed energia positiva, e per questo godibili non solo dalla cerchia ristretta dei fan, con uno strepitoso Jim Keltner alla batteria e uno stuolo di bravissime coriste a supporto. Due le edizioni: deluxe con 8 cd + dvd, e quella per i poveri da 2 cd standard (Io ho quella dei poveri).

 

 

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John Maus   “Screen Memories”

 

                                   

Americano, laureato in filosofia politica e studioso di musica rinascimentale e barocca, Maus aveva pubblicato un ottimo album nel 2011, per poi sparire per quasi 7 anni. In questo tempo ha fatto un dottorato di ricerca in filosofia occupandosi di come la tecnologia influenzi il controllo sociale, e si è dedicato all’autocostruzione di sintetizzatori modulari. Attirato dalle tecniche compositive del Rinascimento da una parte, e dai suoni darkwave anni ’80 dall’altra, siamo arrivati a questo “Screen Memories”. I ricordi schermo del titolo alludono al processo psicologico di deformazione di un passato traumatico, mascherato da un ricordo piacevole. Insomma il personaggio è un po’ bizzarro e complicato, tuttavia ha tirato fuori un disco ricco di fascino, come se si trattasse di un sogno che non ricordavamo di aver fatto, ma che improvvisamente giunge alla memoria. Qualcosa di già sentito dunque, una sorta di deja-vu acustico, ma che in realtà è un falso ricordo perché è completamente nuovo. Ad esempio la sua voce profonda ricca di delay ricorda in qualche modo i canti gregoriani, anche se così non li abbiamo mai sentiti. Un eccellente disco di elettronica che richiama anche una certa fantascienza horror stile Carpenter. Il singolo pezzo non gli rende giustizia, l’album sarebbe da ascoltare per intero.

 

 

 

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(fine prima parte)

 

 

 

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