King Krule “The OOZ” - Amici Del Vinile
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King Krule “The OOZ”

King Krule “The OOZ”

King Krule (Archie Marshall il suo vero nome) è un cantante londinese, ha 23 anni – anche se ne dimostra meno – e una faccia da bulletto di periferia che prenderesti a sberle dalla mattina alla sera. Ha frequentato l’ottima, e pubblica, scuola d’arte e musica BRIT School di Londra (da qui sono passate anche Adele e Amy Winehouse) e pubblicato il primo singolo quando aveva 16 anni. E questo è il suo secondo album.

La prima volta che ho ascoltato una sua canzone ho pensato “No, non è possibile che uno con una voce così canti, che pubblichi dischi, no dai è uno scherzo…” … e invece non era uno scherzo. King Krule ha una voce baritonale, profonda, uno smaccato accento londinese e un modo affatto particolare di affrontare le canzoni. Sembra che stoni continuamente, e invece… non stona mai. Allora piano piano inizi a capire che il ragazzo ha sempre il pieno controllo della sua voce, che riesce a spingersi a un millimetro dalla sguaiataggine e dal precipizio, senza caderci dentro. Che, insomma, il talento c’è.

Diverso è il discorso su quanto possa piacere: se qualcuno mi dicesse “Guarda, non mi piace per niente, e lo trovo anche irritante” potrei comprenderlo. Per questo consiglio da subito di dargli una seconda chance di ascolto, proprio per cogliere appieno le sfumature di questa voce così particolare. Musicalmente King Krule mette insieme parecchia roba: dub e hip hop con il jazz morbido e pastoso dei locali lounge, la darkwave con il r’n’b, e forse altro ancora, ma – e questo è un pregio – con una coerenza e una naturalezza disarmanti per un 23enne. Il suo è un percorso serale tra le strade periferiche di Londra, dove appena cala la notte si possono incontrare strane e inquietanti creature (come nel video di Dum Surfer), racconti di vita appena vissuta, un’epica urbana cupa e inquietante, se non disturbante, che in qualche modo si avvicina ai racconti di Bukowsky e alle peripezie del giovane Tom Waits, a cui qualcuno lo ha accostato. Forse il disco eccede in lunghezza: 19 pezzi potrebbero essere troppi. Ma quel che è certo è che, nel bene o nel male, una voce così non lascia indifferenti. E questo è il primo passo per essere artisti.

 

3 Comments
  • Stefano

    novembre 2, 2017 at 11:02 am Rispondi

    Ottima recensione, davvero. È stato un piacere leggerla, anche se il de cuius, che certamente ascolterò, non dovesse piacermi. Complimenti Max!

  • Massimiliano Guerci

    novembre 3, 2017 at 7:39 am Rispondi

    Grazie!!!

  • Luca Breda

    novembre 13, 2017 at 11:51 am Rispondi

    Sono sulle stesse posizioni di Stefano, non lo conosco ma gli concederò… la prima chance (intanto)

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