Little Steven: "Soulfire" - Amici Del Vinile
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Little Steven: “Soulfire”

Little Steven: “Soulfire”

Per molti “Miami” Steve Van Zandt è solo il chitarrista di Bruce Springsteen, blood brother nella leggendaria E-Street Band. Per qualcuno è anche, o solo, un attore, il celebre Silvio Dante dei Soprano (guarda caso, anche lì amico fidato di un boss…) o il protagonista del più recente – e per nulla memorabile – Lilyhammer.
Pochi lo conoscono come Little Steven, leader di una band il cui titolo è tutto un programma, letteralmente: The Disciples of Soul. Eppure, con i Discepoli del Soul, il nostro ha al suo attivo cinque dischi più un greatest hits, pubblicati tra il 1982 e il 1999. Quest’anno esce con questo Soulfire, un disco fatto di canzoni in gran parte già note a quelli di noi che frequentano Asbury Park e dintorni: canzoni scritte per Southside Johnny (di cui bisognerebbe ascoltare almeno il live Reach Up and Touch the Sky, pubblicato nell’anno di grazia 1981), per Gary U.S. Bonds (famoso per la hit Quarter to three del 1961, resuscitato negli anni ’80 grazie all’opera di due fan come Bruce Springsteen e Steve Van Zandt), per gruppi meno noti.
Di fatto si tratta di un disco riepilogativo, una sorta di summa della musica che Little Steven ha sempre amato (e io con lui, of course) e che innerva l’Asbury sound: rock ‘n’ roll e soul di casa Motown, anzitutto, ovvero chitarre affilate, sezione fiati e melodia un po’ ovunque, come in I’m coming back, scritta per Southside Johnny.
L’altra etichetta che ha fatto grande il soul è l’Atlantic, e in questo disco troviamo una splendida canzone, I don’t wanna go home, incisa ancora da Southside Johnny, e che Steve confessa di aver scritto per Ben E. King, pensando allo stile dei Drifters:

Si comincia a capire che questo disco è un piccolo compendio della musica americana tra anni Sessanta e Settanta. Ecco un omaggio al celebre wall of sound di Phil Spector, il produttore che all’inizio degli anni Sessanta vantava il proprio “approccio wagneriano al rock ‘n’ roll”:

Poteva mancare il blues di Chicago? Blues is my business, scritta da Kevin Bowe e Todd Cerney, è già stata incisa dalla grande Etta James:

Ma c’è spazio anche per il doo-wop (The City Weeps Tonight), per un’intro vagamente morriconiana a un rock come Standin’ in the line of fire, perfino per un’incursione nel genere blaxploitation (Down and Out in New York City, incisa nel 1973 da James Brown per il film Black Caesar).
Nulla di nuovo, quindi, per chi cerca il nuovo. Solo “quella” musica suonata con gusto, passione e divertimento. Niente di più, niente di meno.
“I’m coming back, back for what’s mine”: sto tornando a riprendermi quello che è mio.
Bentornato, big Little Steven!

 

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